Al Golgota si incontrano le età 1° parte

E’ una triste verità che molte persone si trovano in grande confusione,
specialmente negli ambienti religiosi.
Pochi riescono a fuggire al tumulto di una mente turbata, agitata, e a trovare la via d’uscita da un angoscioso  labirinto di teorie che si contraddicono l’una l’altra, pervenendo allo stato di riposo. In Galati 4:5 leggiamo:” Ma quando è venuto il compimento del tempo, Dio ha mandato il Suo Figliolo, fatto di donna, sottoposto alla Legge; affinché riscattasse (comprasse via) coloro che erano sotto la Legge, acciocché noi ricevessimo (potessimo accettare) l’adozione”.
Il Compimento del tempo.
Il tempo è composto da molti tempi. Qui il tempo si riferisce a pienezza, alla congiunzione delle età, delle epoche. – Nella vita di ognuno vi è la è pienezza del tempo, congiunzione di periodi o epoche. – Il nostro soggetto perciò è Cristo in rapporto con le età, i tempi. Alla Sua nascita i tempi si incontrarono a Betlemme; alla Sua morte si incontrarono al Calvario; e alla Sua risurrezione i tempi si incontrarono prima della tomba e dopo.
Occorre la Grazia per comprendere il Calvario. Parecchie età, parecchi tempi, parecchi mondi si incontrano in questo luogo: il tempo della Legge, dell’autorità civile. L’Impero Romano; il tempo della filosofia, cioè il mondo Greco dell’astuzia e dei sottili ragionamenti della mente (logia), che si era infiltrato persino nel Giudaismo; il tempo del Giudaismo, rappresentato dalla casta sacerdotale – Scribi e Farisei; e il mondo degli usurpatori, rappresentato dal re Erode, un Idumeo, che con adulazioni ed inganni, aveva ottenuto dall’Impero Romano il potere in Palestina.
Contro questi vari mondi o tempi, che parevano possenti e invincibili, ve ne era un altro – quello di Cristo, rappresentato da un Uomo dall’aspetto così debole e insignificante, che era non solo inutile, ma anche assurdo di pensare o di immaginare che il mondo di Lui potesse conquistare altri mondi.
Il rappresentante dell’Impero Romano al tempo della morte di Gesù, era un uomo infelice, benché la sua carriera fosse intrisa di sangue versato, eppure la crisi della sua vita venne quando, senza averlo premeditato né desiderato, egli incontro Gesù Cristo in quella fatidica mattina in cui egli, Pilato, fù chiamato a pronunciare il verdetto contro il Figliolo dell’Uomo – Figliolo di Dio.
Leggendo attentamente il racconto che danno i quattro evangeli, specialmente quello di Matteo (cap.27), possiamo a stento nascondere un sentimento che potremmo chiamare simpatia, verso quest’uomo. Di solito giudichiamo gli eventi del passato senza realizzare che trovandoci noi in simili circostanze, non avremmo agito meglio dei protagonisti di allora, ma forse peggio, perché lo spirito di Pilato non è morto. Meditiamo, perciò, senza portare giudizi sulle persone, perché chi giudica è Dio soltanto.
Di fronte al caso insolito, il Governatore, replicando, disse ai Giudei: “Quale dei due volete che io vi liberi? Ed essi dissero: Barabba”. Pilato aveva proposto questa scelta sperando che il popolo si sarebbe vergognato di dare la preferenza ad un omicida, e avrebbe pertanto deciso in favore di Gesù. Vana speranza. Il popolo non comprende facilmente come l’odio religioso sia inesorabile.. I principali sacerdoti e gli anziani, sapendo che Pilato non avrebbe ascoltato loro, ma bensì il popolo, avevano incitato e persuaso le masse a domandare Barabba, e ciò perché fosse sterminato Gesù. Ed essi risposero: “Barabba”.
Pilato rimase stupefatto. La prima sua sorpresa l’aveva avuta quella mattina quando, per rispetto alle tradizioni dei Giudei, egli era andato incontro a loro: essi desideravano mangiare la Pasqua, e non volevano contaminarsi entrando in un palazzo dei gentili. Allora Pilato accondiscese a recarsi in luogo neutro, dove potesse esaminare la causa in loro presenza. Appena Gesù gli fù presentato, il primo sguardo ispirò al Governatore il timore di trovarsi in presenza di un uomo non comune e tanto meno di un criminale: una sensazione singolare agitò il suo cuore indurito e la sua mente indifferente.
Il processo cominciò con alcune domande fatte dal Governatore. Egli chiese dapprima ai Giudei perché gli presentassero quell’uomo. Che delitto aveva commesso Gesù? Ogni accusa deve essere esposta dall’accusatore, non dall’accusato e tanto meno dal giudice. L’astuzia dei Giudei – della setta religiosa del Giudaismo – traspare dalla loro risposta, che se Gesù non fosse malfattore, essi non Lo avrebbero condotto da Pilato. Strana introduzione per un processo criminale. In questo procedere è evidente il sofisma della mente Greca: a parte l’estetica e l’arte, la mente di quel popolo era talmente falsata dalle sottigliezze filosofiche, che dai ragionamenti risultavano conclusioni strane e contraddittorie. Pilato continuò ad interrogare, e i Giudei, aizzati dai loro capi, continuarono a lanciare accuse su accuse. Il Governatore non poteva fare a meno di notare il comportamento del prigioniero, e si meravigliava del Suo silenzio. Tutti coloro che incontrano Gesù sono nella meraviglia, perché Egli è meraviglioso, e sono trasportati dal campo dei ragionamenti, delle speculazione e delle abitudini umane, nel campo della rivelazione della nullità umana di fronte alla Maestà divina di Lui.
Pilato si meravigliò e fece il possibile per salvare Gesù. La sua situazione era alquanto precaria, perché molti delitti avevano oscurato il suo passato, e temeva di essere accusato presso Cesare. L’Impero Romano che non entrava in conflitti aperti a meno che vi fosse costretto, desiderava la pace nelle colonie; esso era edotto dalle difficoltà inerenti al governo della Palestina. Le caste religiose ne erano consapevoli, perciò intimorirono Pilato nella certezza che avrebbero ceduto alle loro richieste, ne risultò un duello fra il giudice e gli accusatori. L’accusato, Lui, rimaneva calmo e sereno.
Guardando, ora questo prigioniero – Unico, come mai ve ne furono né ve ne saranno mai – ora gli accusatori, le perplessità di Pilato si accrebbero, e rivolgendosi di nuovo a Gesù, Gli chiese: “Non odi tu quante cose testimoniano contro di te ?”. Forse che Pilato credeva Gesù sordo, per cui non sentiva le accuse lanciate contro di lui? No, non è questo il significato della domanda: “Non odi tu?”. I giudici sono persone accorte; possono facilmente misurare, intuire le situazioni. Un accusato può dire molte cose, anche proclamare la sua innocenza, ma il suo contegno, i suoi gesti sono sufficienti per rivelare quello che vi è nelle profondità del suo essere. In questa causa, l’accusato era il solo essere calmo; nessuna agitazione, nessuna emozione traspariva dal Suo Volto, nulla in quegli occhi profondi che guardavano aldilà della scena della morte, al Padre Suo. Le false accuse non turbavano il Suo cuore, perché la coscienza era in pace e il Suo intento di redenzione rimaneva incrollabile.
Quantunque Pilato non avesse probabilmente fatto tanta analisi, egli dovette intuire di trovarsi in presenza di un prigioniero diverso da tutti gli altri. Nelle tragiche esperienze della sua lunga carriera non aveva mai incontrato un uomo come quest’Uomo. Per questo interrogò: “Non odi tu quante cose testimoniano contro di te?”. Gesù non rispose. La sacra scrittura dice: “Egli non rispose nulla”. Non solo Gesù non dette alcuna risposta verbale, ma il Suo Volto, i Suoi occhi rimasero impassibili.  Egli era la calma del cielo.
Pilato si meravigliò grandemente, eppure cominciarono i compromessi col popolo. Questo, sotto l’influenza dei principali sacerdoti e degli anziani e spinto da essi chiese che barabba fosse liberato e Gesù ucciso. Pilato, colpito da stupore e perplessità per tale mandato, pronuncio le parole, grevi di significato eterno: “Che farò dunque di Gesù detto Cristo?”. Più che una domanda diretta ai Giudei era questo un triste soliloquio. Se fosse possibile conoscere i molti pensieri che s’affollarono in quella mente sconvolta, e i sentimenti che cozzarono in quel cuore turbato, sentiremmo Pilato dire a se stesso: “Ho visto molti condannati a morte. Ho versato sangue umano come acqua. Innumerevoli sono i delitti da me commessi. Una morte di più non m’importerebbe; eppure qualche cosa in me mi avverte che chi mi sta innanzi è una persona come nessun’altra, unica al mondo. Quest’uomo mi è stato messo nelle mani per invidia. Egli è innocente. E’ curioso, non posso classificarlo in nessuna categoria di uomini. Cosa mai devo fare di Lui? Rilasciarlo?… vengo a mettermi in una situazione di gravi conseguenze: persecuzione da parte dei giudei e accusato presso Cesare; Condannarlo?… vado contro quel sentimento sito profondo in me che non posso analizzare, ma che mi turba. Cosa devo fare di Lui?”
Pilato si trovava fra due alternative ugualmente mortali. Mentre si dibatteva confuso e turbato, gli fu trasmesso un messaggio segreto di sua moglie che gli diceva:” Non aver da fare nulla con quel Giusto, perciocché io ho sofferto oggi molto per Lui, in un sogno”. Non sappiamo se questo messaggio avrebbe potuto da solo prevalere nella mente di Pilato; ma insieme con il messaggio, gli stavano davanti, da una parte, la figura dell’accusato, solenne nella Sua maestà, e dall’altra l’odio accanito dei suoi accusatori. Il dilemma era terribile.
“Che farò dunque di Gesù, detto Cristo?”.
Vano era l’appello perché i nemici erano determinati; nulla poteva alterare il loro piano. Come l’urlo della tempesta, tutti gridarono: “Sia Crocifisso”. Meraviglie delle meraviglie. Pilato, più tardi, vedendo che non riusciva a dissuaderli dal loro intento, prese dell’acqua e si lavò le mani dicendo:” Io sono innocente del sangue di questo Giusto; pensateci voi”.
Inebriata della potenza dei suoi capi, è come ammaliata da un serpente, la folla, di pari consentimento, rispose, – Oh! La complicità del male, specialmente nelle masse religiose! – rispose:”Sia il suo sangue sopra e sopra i nostri figlioli”. La storia conferma questo sinistro verdetto. Abbiamo compassione di questo popolo infelice, perché non siamo migliori di loro. La storia è sotto i nostri occhi, e non già la filosofia della storia!!. Da questo triste incidente e dalle domande investigatrici di Pilato, veniamo ad alcune conclusioni pertinenti ai nostri tempi, e che speriamo siano un prologo adatto al nostro libro: Lui – il medesimo Uomo del quale Pilato fu meravigliato, il medesimo Uomo che, quel giorno, si trovò di fronte a vari mondi, epoche: era la congiunzione delle età, dei secoli, il pleroma tou chrounou – la pienezza dei tempi. Questi tempi, queste età si incontrarono con un altro tempo, un’altra età. Le potenze che parevano invincibili incontrarono quel giorno, un potere che appariva quasi insignificante, ma che era come il minuscolo seme di senape destinato a diventare grande.
Chiunque studia la religione cristiana e comincia a considerare le varie denominazioni e confessioni – non intendiamo analizzare, e tanto meno criticare o giudicare alcuna di esse – non può negare che vi è un conflitto d’opinioni, dottrine e conclusioni, tutte tratte dal medesimo libro, ed aventi tutte la pretesa di dipendere dalla medesima Persona. Ma leggiamo noi il libro come va letto? Comprendiamo noi questa Persona, come l’Onnipotente Iddio vorrebbe che la conoscessimo? A questo cercheremo di dare una risposta sobria, che non potrà mai essere esauriente, ma sarà solo un suggerimento.
I vari elementi che si incontrano – e s’incontrano tutt’ora – intorno a Gesù erano – e sono – opposti l’uno all’altro, finché ogni cristiano, riconoscendo la babele della confusione religiosa, giungerà ad una conclusione definitiva. Chi ha ragione? Qual è la setta che ha ragione? Chi ha realmente compreso il piano di Dio? Perché tanti errori sono sorti, pur essendo il punto di partenza uno solo? E’ rimasto puro il cristianesimo nel lungo corso dei tempi e delle opinioni? Dobbiamo credere nelle teorie teosofiche? Accettare le direttive della scienza cristiana, dobbiamo noi, rilevando porzioni dalle epistole e dagli Evangeli, accettarne le risultanti l’una dopo l’altra? Dove siamo? Purtroppo – hoime! – da qualunque parte ci voltiamo ci troviamo di fronte a questo dilemma: o questa direttiva, o Gesù Cristo; o una setta, o il Figliolo dell’Uomo – Figliolo di Dio. Dobbiamo scegliere tra il settarismo e Cristo, tra opinioni e rivelazioni. Il giorno deve venire in cui dal molteplice dobbiamo giungere all’Uno, dal complesso al Semplice. Il Signore per un tempo ci permette di inoltrarci nel complesso, di ascoltare molte teorie, e persino di vedere nella storia della Chiesa molti conflitti di opinioni e di deliberazioni. Ohime! Noi pure siamo stati perplessi e ci siamo domandato come Pilato: “Che faremo di Gesù chiamato Cristo, l’Unto?” Noi pure abbiamo nemici e siamo faccia a faccia con dei conflitti, desiderando fare a modo nostro ed avere rivincite dotati come noi siamo della facoltà di pensare, immaginiamo di essere qualificati per interpretare le Scritture, senza realizzare che così facendo, a poco a poco diventeremo e faremo una setta edificata sulla nostra propria teologia.
E sorge da capo la domanda: Che farò di Gesù, l’Unto, il Cristo? La risposta è: O Lui o me… me?… lettore non ti stupire, perché nelle tue opinioni e nel tuo settarismo ci sei te. Molti cosiddetti cristiani adorano ancora se stessi non Cristo. Usano quel Nome Benedetto come un manto. Ma nelle profondità del loro essere vi è l’idolo Io. Allora, che fare? Ricordiamoci le parole della grande Giuda, che se alcuno vuole, se realmente è disposto a seguire Lui, deve rinunciare a se stesso. La prima cosa da fare è rinunciare a noi. Alla nostra propria mente, alle nostre preferenze, ai nostri timori, alla nostra scelta, per seguire le orme del Figliolo dell’Uomo – Figliolo di Dio. A coloro che potrebbero pensare che non abbiamo presentato alcuna conclusione, rispondiamo: Siamo noi nell’obbligo di offrire una conclusione, di risolvere il problema? Ci è forse richiesto di comprendere ogni cosa, di afferrare e di analizzare con la mente tutta la Verità? Non vi è qualche cosa che ignoreremo sempre? Non dobbiamo noi attendere all’al di là, il regno della pienezza della luce perché le cose siano chiarite? Dio dichiara forse sempre tutti i Suoi motivi? Conosciamo e comprendiamo noi tutti i misteri di Dio? Conosciamo noi una cosa qualsiasi come dovremmo?
Lettore, tu sai nel tuo cuore qual è la risposta. Mettiamo dunque fine all’agitazione della mente irrequieta e aspettiamo che il signore ci riveli ogni cosa faccia a faccia. In questa vita vediamo e conosciamo solo in parte: la pienezza è riservata per l’al di là. Calchiamo ciecamente le orme del Figliolo dell’Uomo. E invece d’investigare e tentare di stabilire teorie su testi isolati, cerchiamo di comprendere che quei libri sacri furono scritti in occasioni e con uno scopo specifico. Di fatti il Nuovo Testamento fu scritto molto tempo dopo che la predicazione apostolica era stata iniziata, e secondo che le circostanze richiedevano: per questo motivo può non adattarsi esattamente a tutte le occasioni e necessità. Possiamo ricavarne benedette istruzioni. Ma la guida piena, perfetta, dobbiamo attenderla solamente dallo Spirito Santo.

E’ una triste verità che molte persone si trovano in grande confusione, specialmente negli ambienti religiosi. Pochi riescono a fuggire al tumulto di una mente turbata, agitata, e a trovare la via d’uscita da un angoscioso labirinto di teorie che si contraddicono l’una l’altra, pervenendo allo stato di riposo. In Galati 4:5 leggiamo:” Ma quando è venuto il compimento del tempo, Dio ha mandato il Suo Figliolo, fatto di donna, sottoposto alla Legge; affinché riscattasse (comprasse via) coloro che erano sotto la Legge, acciocché noi ricevessimo (potessimo accettare) l’adozione”. Il Compimento del tempo. Il tempo è composto da molti tempi. Qui il tempo si riferisce a pienezza, alla congiunzione delle età, delle epoche. – Nella vita di ognuno vi è la è pienezza del tempo, congiunzione di periodi o epoche. – Il nostro soggetto perciò è Cristo in rapporto con le età, i tempi. Alla Sua nascita i tempi si incontrarono a Betlemme; alla Sua morte si incontrarono al Calvario; e alla Sua risurrezione i tempi si incontrarono prima della tomba e dopo. Occorre la Grazia per comprendere il Calvario. Parecchie età, parecchi tempi, parecchi mondi si incontrano in questo luogo: il tempo della Legge, dell’autorità civile. L’Impero Romano; il tempo della filosofia, cioè il mondo Greco dell’astuzia e dei sottili ragionamenti della mente (logia), che si era infiltrato persino nel Giudaismo; il tempo del Giudaismo, rappresentato dalla casta sacerdotale – Scribi e Farisei; e il mondo degli usurpatori, rappresentato dal re Erode, un Idumeo, che con adulazioni ed inganni, aveva ottenuto dall’Impero Romano il potere in Palestina. Contro questi vari mondi o tempi, che parevano possenti e invincibili, ve ne era un altro – quello di Cristo, rappresentato da un Uomo dall’aspetto così debole e insignificante, che era non solo inutile, ma anche assurdo di pensare o di immaginare che il mondo di Lui potesse conquistare altri mondi. Il rappresentante dell’Impero Romano al tempo della morte di Gesù, era un uomo infelice, benché la sua carriera fosse intrisa di sangue versato, eppure la crisi della sua vita venne quando, senza averlo premeditato né desiderato, egli incontro Gesù Cristo in quella fatidica mattina in cui egli, Pilato, fù chiamato a pronunciare il verdetto contro il Figliolo dell’Uomo – Figliolo di Dio. Leggendo attentamente il racconto che danno i quattro evangeli, specialmente quello di Matteo (cap.27), possiamo a stento nascondere un sentimento che potremmo chiamare simpatia, verso quest’uomo. Di solito giudichiamo gli eventi del passato senza realizzare che trovandoci noi in simili circostanze, non avremmo agito meglio dei protagonisti di allora, ma forse peggio, perché lo spirito di Pilato non è morto. Meditiamo, perciò, senza portare giudizi sulle persone, perché chi giudica è Dio soltanto. Di fronte al caso insolito, il Governatore, replicando, disse ai Giudei: “Quale dei due volete che io vi liberi? Ed essi dissero: Barabba”. Pilato aveva proposto questa scelta sperando che il popolo si sarebbe vergognato di dare la preferenza ad un omicida, e avrebbe pertanto deciso in favore di Gesù. Vana speranza. Il popolo non comprende facilmente come l’odio religioso sia inesorabile.. I principali sacerdoti e gli anziani, sapendo che Pilato non avrebbe ascoltato loro, ma bensì il popolo, avevano incitato e persuaso le masse a domandare Barabba, e ciò perché fosse sterminato Gesù. Ed essi risposero: “Barabba”. Pilato rimase stupefatto. La prima sua sorpresa l’aveva avuta quella mattina quando, per rispetto alle tradizioni dei Giudei, egli era andato incontro a loro: essi desideravano mangiare la Pasqua, e non volevano contaminarsi entrando in un palazzo dei gentili. Allora Pilato accondiscese a recarsi in luogo neutro, dove potesse esaminare la causa in loro presenza. Appena Gesù gli fù presentato, il primo sguardo ispirò al Governatore il timore di trovarsi in presenza di un uomo non comune e tanto meno di un criminale: una sensazione singolare agitò il suo cuore indurito e la sua mente indifferente.
Il processo cominciò con alcune domande fatte dal Governatore. Egli chiese dapprima ai Giudei perché gli presentassero quell’uomo. Che delitto aveva commesso Gesù? Ogni accusa deve essere esposta dall’accusatore, non dall’accusato e tanto meno dal giudice. L’astuzia dei Giudei – della setta religiosa del Giudaismo – traspare dalla loro risposta, che se Gesù non fosse malfattore, essi non Lo avrebbero condotto da Pilato. Strana introduzione per un processo criminale. In questo procedere è evidente il sofisma della mente Greca: a parte l’estetica e l’arte, la mente di quel popolo era talmente falsata dalle sottigliezze filosofiche, che dai ragionamenti risultavano conclusioni strane e contraddittorie. Pilato continuò ad interrogare, e i Giudei, aizzati dai loro capi, continuarono a lanciare accuse su accuse. Il Governatore non poteva fare a meno di notare il comportamento del prigioniero, e si meravigliava del Suo silenzio. Tutti coloro che incontrano Gesù sono nella meraviglia, perché Egli è meraviglioso, e sono trasportati dal campo dei ragionamenti, delle speculazione e delle abitudini umane, nel campo della rivelazione della nullità umana di fronte alla Maestà divina di Lui. Pilato si meravigliò e fece il possibile per salvare Gesù. La sua situazione era alquanto precaria, perché molti delitti avevano oscurato il suo passato, e temeva di essere accusato presso Cesare. L’Impero Romano che non entrava in conflitti aperti a meno che vi fosse costretto, desiderava la pace nelle colonie; esso era edotto dalle difficoltà inerenti al governo della Palestina. Le caste religiose ne erano consapevoli, perciò intimorirono Pilato nella certezza che avrebbero ceduto alle loro richieste, ne risultò un duello fra il giudice e gli accusatori. L’accusato, Lui, rimaneva calmo e sereno.
Guardando, ora questo prigioniero – Unico, come mai ve ne furono né ve ne saranno mai – ora gli accusatori, le perplessità di Pilato si accrebbero, e rivolgendosi di nuovo a Gesù, Gli chiese: “Non odi tu quante cose testimoniano contro di te ?”. Forse che Pilato credeva Gesù sordo, per cui non sentiva le accuse lanciate contro di lui? No, non è questo il significato della domanda: “Non odi tu?”. I giudici sono persone accorte; possono facilmente misurare, intuire le situazioni. Un accusato può dire molte cose, anche proclamare la sua innocenza, ma il suo contegno, i suoi gesti sono sufficienti per rivelare quello che vi è nelle profondità del suo essere. In questa causa, l’accusato era il solo essere calmo; nessuna agitazione, nessuna emozione traspariva dal Suo Volto, nulla in quegli occhi profondi che guardavano aldilà della scena della morte, al Padre Suo. Le false accuse non turbavano il Suo cuore, perché la coscienza era in pace e il Suo intento di redenzione rimaneva incrollabile. Quantunque Pilato non avesse probabilmente fatto tanta analisi, egli dovette intuire di trovarsi in presenza di un prigioniero diverso da tutti gli altri. Nelle tragiche esperienze della sua lunga carriera non aveva mai incontrato un uomo come quest’Uomo. Per questo interrogò: “Non odi tu quante cose testimoniano contro di te?”. Gesù non rispose. La sacra scrittura dice: “Egli non rispose nulla”. Non solo Gesù non dette alcuna risposta verbale, ma il Suo Volto, i Suoi occhi rimasero impassibili.  Egli era la calma del cielo. Pilato si meravigliò grandemente, eppure cominciarono i compromessi col popolo. Questo, sotto l’influenza dei principali sacerdoti e degli anziani e spinto da essi chiese che barabba fosse liberato e Gesù ucciso. Pilato, colpito da stupore e perplessità per tale mandato, pronuncio le parole, grevi di significato eterno: “Che farò dunque di Gesù detto Cristo?”. Più che una domanda diretta ai Giudei era questo un triste soliloquio. Se fosse possibile conoscere i molti pensieri che s’affollarono in quella mente sconvolta, e i sentimenti che cozzarono in quel cuore turbato, sentiremmo Pilato dire a se stesso: “Ho visto molti condannati a morte. Ho versato sangue umano come acqua. Innumerevoli sono i delitti da me commessi. Una morte di più non m’importerebbe; eppure qualche cosa in me mi avverte che chi mi sta innanzi è una persona come nessun’altra, unica al mondo. Quest’uomo mi è stato messo nelle mani per invidia. Egli è innocente. E’ curioso, non posso classificarlo in nessuna categoria di uomini. Cosa mai devo fare di Lui? Rilasciarlo?… vengo a mettermi in una situazione di gravi conseguenze: persecuzione da parte dei giudei e accusato presso Cesare; Condannarlo?… vado contro quel sentimento sito profondo in me che non posso analizzare, ma che mi turba. Cosa devo fare di Lui?”  Pilato si trovava fra due alternative ugualmente mortali. Mentre si dibatteva confuso e turbato, gli fu trasmesso un messaggio segreto di sua moglie che gli diceva:” Non aver da fare nulla con quel Giusto, perciocché io ho sofferto oggi molto per Lui, in un sogno”. Non sappiamo se questo messaggio avrebbe potuto da solo prevalere nella mente di Pilato; ma insieme con il messaggio, gli stavano davanti, da una parte, la figura dell’accusato, solenne nella Sua maestà, e dall’altra l’odio accanito dei suoi accusatori. Il dilemma era terribile. “Che farò dunque di Gesù, detto Cristo?”. Vano era l’appello perché i nemici erano determinati; nulla poteva alterare il loro piano. Come l’urlo della tempesta, tutti gridarono: “Sia Crocifisso”. Meraviglie delle meraviglie. Pilato, più tardi, vedendo che non riusciva a dissuaderli dal loro intento, prese dell’acqua e si lavò le mani dicendo:” Io sono innocente del sangue di questo Giusto; pensateci voi”. Inebriata della potenza dei suoi capi, è come ammaliata da un serpente, la folla, di pari consentimento, rispose, – Oh! La complicità del male, specialmente nelle masse religiose! – rispose:”Sia il suo sangue sopra e sopra i nostri figlioli”. La storia conferma questo sinistro verdetto. Abbiamo compassione di questo popolo infelice, perché non siamo migliori di loro. La storia è sotto i nostri occhi, e non già la filosofia della storia!!. Da questo triste incidente e dalle domande investigatrici di Pilato, veniamo ad alcune conclusioni pertinenti ai nostri tempi, e che speriamo siano un prologo adatto al nostro libro: Lui – il medesimo Uomo del quale Pilato fu meravigliato, il medesimo Uomo che, quel giorno, si trovò di fronte a vari mondi, epoche: era la congiunzione delle età, dei secoli, il pleroma tou chrounou – la pienezza dei tempi. Questi tempi, queste età si incontrarono con un altro tempo, un’altra età. Le potenze che parevano invincibili incontrarono quel giorno, un potere che appariva quasi insignificante, ma che era come il minuscolo seme di senape destinato a diventare grande. Chiunque studia la religione cristiana e comincia a considerare le varie denominazioni e confessioni – non intendiamo analizzare, e tanto meno criticare o giudicare alcuna di esse – non può negare che vi è un conflitto d’opinioni, dottrine e conclusioni, tutte tratte dal medesimo libro, ed aventi tutte la pretesa di dipendere dalla medesima Persona. Ma leggiamo noi il libro come va letto? Comprendiamo noi questa Persona, come l’Onnipotente Iddio vorrebbe che la conoscessimo? A questo cercheremo di dare una risposta sobria, che non potrà mai essere esauriente, ma sarà solo un suggerimento. I vari elementi che si incontrano – e s’incontrano tutt’ora – intorno a Gesù erano – e sono – opposti l’uno all’altro, finché ogni cristiano, riconoscendo la babele della confusione religiosa, giungerà ad una conclusione definitiva. Chi ha ragione? Qual è la setta che ha ragione? Chi ha realmente compreso il piano di Dio? Perché tanti errori sono sorti, pur essendo il punto di partenza uno solo? E’ rimasto puro il cristianesimo nel lungo corso dei tempi e delle opinioni? Dobbiamo credere nelle teorie teosofiche? Accettare le direttive della scienza cristiana, dobbiamo noi, rilevando porzioni dalle epistole e dagli Evangeli, accettarne le risultanti l’una dopo l’altra? Dove siamo? Purtroppo – hoime! – da qualunque parte ci voltiamo ci troviamo di fronte a questo dilemma: o questa direttiva, o Gesù Cristo; o una setta, o il Figliolo dell’Uomo – Figliolo di Dio. Dobbiamo scegliere tra il settarismo e Cristo, tra opinioni e rivelazioni. Il giorno deve venire in cui dal molteplice dobbiamo giungere all’Uno, dal complesso al Semplice. Il Signore per un tempo ci permette di inoltrarci nel complesso, di ascoltare molte teorie, e persino di vedere nella storia della Chiesa molti conflitti di opinioni e di deliberazioni. Ohime! Noi pure siamo stati perplessi e ci siamo domandato come Pilato: “Che faremo di Gesù chiamato Cristo, l’Unto?” Noi pure abbiamo nemici e siamo faccia a faccia con dei conflitti, desiderando fare a modo nostro ed avere rivincite dotati come noi siamo della facoltà di pensare, immaginiamo di essere qualificati per interpretare le Scritture, senza realizzare che così facendo, a poco a poco diventeremo e faremo una setta edificata sulla nostra propria teologia. E sorge da capo la domanda: Che farò di Gesù, l’Unto, il Cristo? La risposta è: O Lui o me… me?… lettore non ti stupire, perché nelle tue opinioni e nel tuo settarismo ci sei te. Molti cosiddetti cristiani adorano ancora se stessi non Cristo. Usano quel Nome Benedetto come un manto. Ma nelle profondità del loro essere vi è l’idolo Io. Allora, che fare? Ricordiamoci le parole della grande Giuda, che se alcuno vuole, se realmente è disposto a seguire Lui, deve rinunciare a se stesso. La prima cosa da fare è rinunciare a noi. Alla nostra propria mente, alle nostre preferenze, ai nostri timori, alla nostra scelta, per seguire le orme del Figliolo dell’Uomo – Figliolo di Dio. A coloro che potrebbero pensare che non abbiamo presentato alcuna conclusione, rispondiamo: Siamo noi nell’obbligo di offrire una conclusione, di risolvere il problema? Ci è forse richiesto di comprendere ogni cosa, di afferrare e di analizzare con la mente tutta la Verità? Non vi è qualche cosa che ignoreremo sempre? Non dobbiamo noi attendere all’al di là, il regno della pienezza della luce perché le cose siano chiarite? Dio dichiara forse sempre tutti i Suoi motivi? Conosciamo e comprendiamo noi tutti i misteri di Dio? Conosciamo noi una cosa qualsiasi come dovremmo?
Lettore, tu sai nel tuo cuore qual è la risposta. Mettiamo dunque fine all’agitazione della mente irrequieta e aspettiamo che il signore ci riveli ogni cosa faccia a faccia. In questa vita vediamo e conosciamo solo in parte: la pienezza è riservata per l’al di là. Calchiamo ciecamente le orme del Figliolo dell’Uomo. E invece d’investigare e tentare di stabilire teorie su testi isolati, cerchiamo di comprendere che quei libri sacri furono scritti in occasioni e con uno scopo specifico. Di fatti il Nuovo Testamento fu scritto molto tempo dopo che la predicazione apostolica era stata iniziata, e secondo che le circostanze richiedevano: per questo motivo può non adattarsi esattamente a tutte le occasioni e necessità. Possiamo ricavarne benedette istruzioni. Ma la guida piena, perfetta, dobbiamo attenderla solamente dallo Spirito Santo.

Giuseppe Petrelli –  Continua….  sotto la 2° parte